2.Seconda Parte (continua da sotto )

Marzo 20, 2008 at 7:19 pm (Uncategorized)

 

 

Già, il cielo. Matt aveva sempre sognato, fin da adolescente, di poter volare liberamente nell’azzurro lampeggiante di un cielo come quello canadese ; fendere i venti, nuotare tra sbuffi pannosi di nuvole.
Apparentemente era proprio ciò che stava facendo in quel momento e che già altre volte aveva fatto a bordo di un aeroplano. Eppure non era assolutamente la stessa cosa: la differenza che passa tra volare libero e solo come un eroe dei cartoni animati e farlo racchiuso nella pancia di un uccello metallico è la stessa che intercorre tra il racconto della propria esistenza filtrato attraverso i ricordi e magari restituito al tempo tramite la penna di un abile scrittore e la vita nel suo reale svolgersi, sporcata dalla violenza delle emozioni e dalla meschinità degli obiettivi quotidiani. 
In entrambi casi il secondo termine di paragone manca di un senso di avventura e di una magia tristemente condensati nell’irreale, nel fantastico e nell’inverosimile di cui le nostre vite iper-realistiche hanno tanto bisogno da indurci a credere in futuri e ad indugiare in passati che ne sono imbevuti.
“ Un giorno “ si disse Matt osservando le foreste canadesi perdere la loro bellezza trasformandosi in macchie verdi indistinte per la lontananza “ Dovrò scrivere un’autobiografia : mi pare un buon modo per rendere utili le ceneri che sto portando con me “. La convinzione che il nostro passato sia in qualche modo speciale ed interessante non è riservata ai nostalgici ed agli egocentrici, ma è invero diffusa e gronda abbondante dagli album di fotografie, dalle pagine cartacee dei diari e, più recentemente, da quelle virtuali dei blog che diffondono per la rete, simbolo di una tendenza semplicemente umana a cercare una forma per il presente lustrando con ostinazione il passato.
Effettivamente, però, qualcosa da raccontare Matt Goukas lo aveva: la sua vita era un incompiuto, un quadro che, non ultimato da un artista a corto d’energia o d’ispirazione, si lascia sciogliere dal trascorrere del tempo vergognandosi per il suo aspetto embrionale.

A Chicago l’inverno è inverno e la temperatura si abbassa ignorando con sfrontatezza l’effetto mitigante che il lago Michigan dovrebbe avere sul clima. 
Matt detestava il freddo e sua madre diceva sempre che egli avrebbe dovuto nascere in una città calda dell’Ovest: Los Angeles, Phoenix o magari Houston.
Per questo il giovane correva come un disperato lungo la via di casa , per questo, ma anche per altro.
Raggiunse il basso cancello d’ingresso della villetta e lo scavalcò con un balzo, poi, alla porta, suonò il campanello con astio: sua madre avrebbe aperto chissà quando…
Ingannò l’attesa saltellando sul posto e battendo le mani: il freddo continuava a fornirgli ottime occasioni per sfogare la tensione dissimulando in modo soddisfacente quanto egli fosse in realtà su di giri.
La porta si aprì, finalmente, lasciando comparire la sagoma familiare di Helen, sua madre.
“ Matt ! “
“ Cosa cazzo stavi facendo ? Sono qui fuori da due ore…”:
“ Per piacere ! Cerca di essere più educato ! Stavo soltanto…”:
“ Non ora, non mi interessa “ Matt fece da parte la madre senza troppo tatto e si precipitò lungo la scala che conduceva alle camere del piano superiore, divorando i gradini a tre a tre.
Il PC era lento. Maledetto Internet, maledetto Windows, maledetti i mouse, le tastiere e chi aveva inventato tutta quella robaccia capricciosa. 
Infine il sito si aprì e la lista faceva mostra di sé in mezzo alla home page. Si trattava delle band ammesse al concorso nazionale “ Rock It ! “ . Per due anni consecutivi Matt ed il suo gruppo musicale aveva partecipato, inviando speranzosi la loro demo, e per due anni consecutivi erano stati respinti.
Questa volta, invece il nome del gruppo “ Green Chocolate “ spuntava timido, ma fiero, in mezzo ad altri pochi, fortunati, prescelti . Sembrava di vedere tante giovani ragazzine selezionate per fare da ragazze pon-pon alla partita di football più importante della stagione o per il saggio di danza di fine anno : i nomi delle band benedette dall’inclusione luccicavano di gioia e sembravano sorridersi, covando dietro alla complice soddisfazione il prepotente desiderio di mettersi ulteriormente in luce, oscurando anche coloro che, in quel momento, stavano al loro fianco.
Era proprio ciò che sarebbe successo: le poche band presenti nella lista , le migliori della regione, si sarebbero date battaglia sul palco dei migliori locali di Chicago e soltanto due di esse sarebbero state selezionate per la finale.
Matt si sollevò dalla sedia con un sospiro: il grande ballo stava per incominciare e finalmente si sarebbe trovato di fronte ai suoi fantasmi ed ai suoi sogni più grandi ed avrebbe saputo cosa tra essi avrebbe preso concretezza e cosa invece si sarebbe dissolto senza lasciare che una traccia leggera.

Le nuvole del colore della cenere che si stavano ammassando all’orizzonte erano tutt’altro che tracce leggere ed attirarono l’attenzione di Matt, distogliendolo temporaneamente dal flusso dei ricordi.
Il sottile aeroplano azzurro stava puntando direttamente verso quell’oscura massa turbinante che si gonfiava sempre più grande e vicina : pareva volerla sfidare in un impeto di folle sfrontatezza.
Matt udì appena la voce di Paul Bellamy che raccomandava ai suoi tre passeggeri di allacciare le cinture poiché tra meno di dieci minuti si sarebbero trovati nel bel mezzo di un grosso temporale. L’avvertimento venne registrato sommariamente ed eseguito con meccanico distacco, quando la mente del giovane era già tornata a tuffarsi in sé stessa, ripiegata sul proprio passato.

Anche in quel lontano pomeriggio di fine inverno il cielo era oscuro e violento. La pioggia picchiettava i vetri della camera di Matt con insistenza.
Ben era seduto sul divano blu sotto la mensola ed osservava con sguardo incuriosito un foglio pieno di scarabocchi e cancellature. 
“ Così io dovrei cantare questa roba…” commentò sollevando un sopracciglio.
“ Se non vuoi, non fa niente…” sbottò Matt , sbrigativo.
“ Non irritarti…non è male, mi piace. Solo che non è semplice cantare ed interpretare un testo scritto da un altro “.
Matt non rispose e si limitò a fissare l’amico negli occhi: Ben non era uno che amasse parlare solo per udire il suono della propria voce e se stava facendo quello strano discorso era perché voleva andare a parare da qualche parte.
L’amico riprese ben presto : “ Capisco quello che hai scritto e lo condivido, ma….insomma… credevo di essere l’unico a pensare certe cose “.
“ Mh…ti dà fastidio ? “.
“ No. Non si tratta di fastidio. Piuttosto, mi preoccupa…”
“ Preoccupa ? “.
“ C’è così tanta rabbia e così tanta amarezza nel tuo testo, Matt, che…” si fermò, come colto da un pensiero improvviso.
“ Sono io quello che di solito pensa, scrive, canta queste cose e non tu “. Concluse infine, scuotendo il capo.
“ Evidentemente non mi conosci abbastanza, Ben. L’hard-disk del mio computer è pieno di pensieri e poesie simili a quella che ti ho appena proposto…”.
“ E allora mi chiedo perché “ sbottò all’improvviso l’amico di Matt, sollevandosi in piedi e dirigendosi verso la finestra oltraggiata dalla pioggia e dal vento “ Due, tre anni fa, quand’ero soltanto un adolescente, avevo la netta sensazione di essere l’unico al mondo a provare  tanto dolore ; a volte mi vedevo come l’unica nota stonata in una melodia perfetta. “
“ In quei momenti ti senti diverso e particolare , in un certo senso sei sempre in grado di distinguerti da tutti gli altri : il dolore ti appartiene , ti individua, ti allontana , ti culla, da un supporto persino alla tua autostima perché soltanto tu ti vedi capace di guardare nel profondo dell’esistenza e coglierne la disperata tristezza .”
“ Crescendo, poi, perfino questa lieve consolazione viene a mancare, quando ti accorgi che anche le vite di chi ti sta attorno sono imbevute nella sofferenza. Allora inizi a sentirti davvero debole perché passi dall’essere l’unico che prova dolore ad essere l’unico che non riesce a sopportarlo “.
“ Ti seguo…” annuì Matt “ Ma non capisco cosa c’entri tutto questo con il mio testo.”
“ Detesto constatare il dolore nella vita degli altri, Matt “ fece Ben con una nota di vergogna nella voce solitamente sicura “ Distrugge il senso complessivo che credevo caratteristico della melodia ed insulta persino il mio orgoglio per essere l’unico ad avere il coraggio di rovinarlo. Mi fa sentire del tutto inutile “.
“ Non sarai mai un bravo psicologo…” commentò Matt sorridendo.
“ Già…” annuì Ben gettandosi a peso morto sul divano “ Del resto non sono che un postino…” concluse grattandosi dietro un orecchio.
Pioggia sul vetro.
Il silenzio che seguì venne interrotto dalla voce di Matt: “ Ho capito il tuo discorso e in qualche modo lo condivido. Eppure penso che tu stia considerando le cose dalla parte sbagliata…”.
“ Spiega…” fece Ben, mettendosi a sedere interessato.
“ Io rispetto molto la sofferenza. Di fronte ad essa si nota la statura delle persone : tanti cercano di evitare il dolore e molti, in un certo senso , ci riescono . Si racchiudono in esistenze vissute alla giornata tra ad emozioni di plastica e  si concentrano nel costruire la facciata più lucida per contenere sé stessi, lasciando che il recipiente diventi talmente importante da esistere di per sé anche quando il contenuto è del tutto scomparso “.
“ Altri hanno la fortuna di sfiorarlo appena, il dolore, protetti come sono da un‘indole docile e serena. Altri ancora non hanno davvero la forza di opporvisi e si lasciano schiacciare, crepandosi lentamente per poi spezzarsi all’improvviso “.
“ Eppure, secondo me, la sofferenza non deve essere evitata, né temuta , né tantomeno ci si deve abbandonare ad essa, lasciandosi offuscare. La sofferenza va sfruttata , bisogna affrontarla ed uscirne con lezioni importanti “.
“ Non importa che cosa si impari dal dolore. Ciò che conta è che ogni persona può trovarci quello di cui ha bisogno. “
Matt sollevò lo sguardo in quello dell’amico, che lo seguiva , catturato dal luccichio della convinzione nelle sue parole.
Confortato, continuò: “ C’è qualcosa che accomuna tutte le risposte che la sofferenza riesce a dare a chi è così forte da vincerla : si apprende che l’unico modo di vivere con dignità senza cedere al dolore è trovare qualcosa per cui valga la pena combattere fino alla morte. “
“ Avere sogni. Coltivare una passione tanto violenta verso qualcosa o qualcuno da riuscire a dare la spinta necessaria per uscire da qualsiasi situazione. Bisogna essere capaci di illudersi e di rischiare tutto per le proprie illusioni . “
“ In quest’ottica la sofferenza non da come unica consolazione la triste consapevolezza di essere gli unici al mondo a provarla. La contropartita del dolore è ben altro…e si tratta di una contropartita, forse non desiderata , ma talvolta molto importante…”.
 Ben osservava Matt con aria divertita e sembrava aver gradito il suo accalorato discorso.
“ Per la miseria…“ commentò cambiando posizione sul divano blu .
“ Tutto qui ? “.
“ Non saprei…” fece l’altro stringendosi nelle spalle “ Hai detto tante cose e molte mi sono sembrate intelligenti, ma non mi hai convinto del tutto”
Diede una rapida occhiata al foglio scritto da Matt e poi riprese, guardandolo dritto negli occhi : “ Il dolore può essere d’insegnamento soltanto per chi riesce a sopportarlo . Tu stesso hai citato la categoria di coloro che si lasciano sopraffare : io credo di essere uno di questi . “
“ Per costoro la sofferenza è una maledizione e crescere significa anche rendersi conto di non essere neppure i prescelti di un fato malvagio, ma semplicemente i deboli che non trovano modo per averci a che fare senza lasciarsi vincere “.
“ Chiunque si lascia vincere dalla sofferenza , accade in continuazione alle persone più sfortunate ed a quelle più sensibili. Eppure ognuna di queste cadute serve a rendere evidente la necessità di trovare qualcosa di vero e profondo e ricercarlo con tutte le proprie forze…” rispose Matt scuotendo il capo.
“ Non sono mai stato d’accordo con l’idea che ciò che non ci può uccidere ci può soltanto rendere più forti…” controbattè l’amico lanciando uno sguardo significativo “ Il dolore rafforza soltanto chi è già forte abbastanza per superarlo. Gli altri, i deboli, ne escono ancor più indeboliti “.
“ E io continuo a non essere d’accordo con te ! “ ribadì Matt sorridendo amaramente “ Tu parli di deboli e di forti. Non esiste una simile distinzione . Si tratta di distinguere coloro che non hanno ragioni per opporsi al dolore e vi si abbandonano e coloro che riescono a trovare un motivo per combattere “.

Matt si riscosse. Lui il suo motivo lo aveva smarrito, e stava annegando

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