Indovinello di Schumann
Occhi socchiusi
Arido contempla
Questa domanda
Non avrà mai risposta
Sette e dodici
Per creare pensiero
Non basta una vita intera
Arido suona bene
Perché non piove più ?
Un giorno smetterà davvero
Dove arriva la colpa ?
Si sta consumando
Come può cenere disperare ?
Vuole fiorire
Arido contempla ancora
Eppure Ancora
Tremore di donna sotto le sopracciglia folte
Ed i baffi
Non possono seppellire , né compensare
Nella bottiglia solo il riflesso umido di occhi di vetro
Non è ancora del tutto chiaro
Ma lo sarà
Rivedersi sulle pareti del cilindro
Ridicolo lo sguardo, grottesca peluria orgogliosa
Maledetto il sorriso biondo che danza alla mia destra
Il mio astio è superfluo
Schegge di rimpianto, larve di rancore
Sulla pelle. Carezze. “ Inutile ? “.
Il putto alla mia sinistra
Profuma già di indifferenza e sputa sul mio candore
Il jolly sorride benevolo, il guscio frantuma
Poco più in là
Non ti chiederò , sorriso biondo, dove sbaglio
Né voglio sapere dei tuoi errori
Domando soltanto perché non facciamo beffe di tutto questo
Preda di rida selvagge
Delirio buffo. Sinfonia. Tutto ciò è assurdo
Tanto sublime, tanto meschino
Giochiamo coi ruoli : io grido, tu fuggi.
Mi ammiro e mi disgusto. E tu ?
Mi piaci ed adoro ignorarti
Pur sapendo dell’ipocrisia della mia saggezza
In realtà non sei notevole
Luccica più di te, fosco di droga
Il povero genio disperato
Perché vorrebbe dimenticarsi di sè
Ma anche questa è fiaba e bugia
Tante sono le cose che i bimbi si raccontano
Tra noia e curiosità
Morbosi. Tanto da convincersi
Mentre il bozzolo che li avvolge cresce impassibile
Carne spudorata.
Porgendo ai loro occhi altre immagini da sfocare
Con odio e nostalgia. Altre ne seguiranno.
Il sè fatica a seguire e non respira.
So tutto questo.
Mi sconvolge. Mi nausea. Mi dovrebbe divertire ?
Nel mentre, lo apprezzo, dopotutto.
Poiché è dolce
Conservare lucciole di preziosa serenità
Perle di umidi ricordi
Intravedere tra accordi e pagine
Vuoti respiri da consumare e riempire ancora.
Ed eppure..
1. Prima Parte
Era mattina e il freddo scorticava il giubbotto di pelle e si intrufolava maligno nelle scarpe, sotto i jeans e nella testa di Matt.
La strada , fangosa ed oltraggiata dal ghiaccio, sbatteva contro una sbarra bianca e rossa dall’aspetto ingannevolmente sottile ed il vento gelido che si divertiva a sbiadire di pennellate limpide ed acquose i colori dei tre sgangherati hangar dell’aeroporto riusciva ad appannare la cabina del custode al punto da rendere ridicolo l’esercizio della sua funzione.
Matt, sospirando una nuvoletta di fiato tiepido, dovette bussare con le nocche sul vetro per farsi aprire. Mostrò il biglietto e venne indirizzato verso un fabbricato di cemento, che il custode definiva: “ sala d’attesa “ : da quando gli aeroporti hanno le sale d’attesa, come le poste, gli ospedali e gli studi dei dottori ? Eppure gates e check-in avrebbero certamente stonato in una cittadina sperduta tra le solitudini canadesi.
Il giovane raggiunse a passo svelto la costruzione e, innervosito dal freddo, spinse con energia la porta ed entrò, mettendosi subito a sedere sulla plastica azzurra dei seggiolini, lo sguardo basso e puntato al pavimento : tutto ciò era perfettamente nel suo stile e l’occhiata furtiva che aveva rivolto ai presenti, i suoi futuri compagni di volo, costituiva un contatto umano sufficiente.
Si trattava di due sole persone: un uomo ed una donna. I seggiolini erano disposti su sei file rivolte l’una verso l’altra a due a due e l’uomo sedeva in mezzo a quella immediatamente davanti a Matt : era un indiano, dalla pelle castana e rugosa e dai capelli corvini. Imbacuccato in un abito di lana, stava con le gambe unite, una borsa nera sulle ginocchia e le mani dalle dita sottili poggiate entrambe sopra di essa . Pareva irrigidito in uno sforzo cosciente di concentrazione, che gli segnava il viso, conferendogli un’espressione improbabile e meditabonda.
La donna si era scelta l’angolo opposto della stanza e Matt ne intravedeva solo la testa, china e ricoperta da corti capelli neri . Ella aveva un atteggiamento dispiaciuto, di scusa.
Il giovane Matt detestava le attese e , soprattutto , odiava attendere in presenza di estranei : in quei momenti qualcosa lo spingeva fastidiosamente ad alleviare l’attesa socializzando ed anzi aveva la netta impressione che fosse quasi un suo dovere quello di azzardare un tentativo di conoscenza, in simili frangenti.
Disgraziatamente nulla gli riusciva così fastidioso quanto socializzare con estranei e così se ne stette lì sul suo scomodo seggiolino, tormentandosi i capelli, castani , spettinati e lunghi fino alle spalle. Non aveva ancora bevuto, quel giorno, ma poteva sentire la bottiglia di rhum pulsare dentro lo zaino: più di ogni altra cosa, avrebbe voluto una chitarra, in quel momento.
La porta si spalancò all’improvviso e Matt si affrettò a riporre la bottiglia nello zaino : era entrato un uomo , sulla quarantina, vestiva un giubbotto rigonfio di piume sintetiche, dal collo di pelo, ed un paio di jeans scoloriti infilati in stivali neri. Aveva un viso forte, dalla mascella prominente e capelli corti , brizzolati.
Parlò con voce gracchiante: “ Salve a tutti, gente. Il mio nome è Paul Bellamy e sono il pilota che vi porterà tutti in Alaska ! “.
Matt osservò l’indiano alzarsi e protendere al pilota la mano ed un sorriso candido. Piacere, il mio nome è Thrulshick, sono un commerciante. Anche la donna si sollevò, raggiunse i due , trascinandosi dietro una valigia a rotelle.
Il giovane potè osservarla meglio: vestiva jeans e una giacca a vento dai colori fastidiosi e tutto in lei, dal vestiario , all’acconciatura, all’atteggiamento, sembrava volersi mortificare . Eppure , oltre questo schermo di fuliggine, Matt Goukas riuscì a scorgere due occhi grandi e infantili, dalle lunghe ciglia, tinti di un blu vivido e profondo, ben più notevole di qualsiasi frivolo azzurro egli avesse mai incontrato nella sua vita.
La dona offrì una mano minuscola e si presentò con un fil di voce: “ Mi chiamo Kim Stuart. Piacere di conoscerla…”.
A quel punto anche Matt si sentì in dovere di alzarsi e pronunciare il suo nome ; lo fece ed a quello si limitò . Fu una presentazione del tutto inadeguata: non riservata, né aperta, né amichevole, né composta , un aborto che poteva tradire ostilità, timore o nient’altro. Se ne vergognò immediatamente e decise che per il resto del viaggio non avrebbe più aperto bocca.
Il quartetto si incamminò, Paul Bellamy alla guida, verso uno degli hangar. L’indiano camminava accanto al pilota e lanciava a vuoto spunti di conversazione, del tutto incurante dell’ostentata indisponenza delle risposte dell’interlocutore. Kim e Matt erano più indietro, affiancati , senza alcuna intenzione di fare conoscenza reciproca. Il giovane lanciava di tanto in tanto un’occhiata alla donna, ma presto quel suo inusuale interesse si spense: la donna non ricambiava i suoi sguardi ed al di là degli occhi magnetici, in lei non vi era proprio nulla di notevole.
Raggiunsero un bimotore azzurro fiero di apparire tutto sommato meno peggio di quanto ci si potesse aspettare. Paul lo condusse lungo la pista e, un poco a fatica a dire il vero, su in cielo.