Quarta Parte

Maggio 23, 2008 at 1:12 pm (Uncategorized)

Thrulshuck si fregava le mani. Non si sarebbe mai abituato al clima di quelle latitudini. 
In realtà quello era solo il più insignificante dei molteplici aspetti della vita occidentale che sfuggivano alla sua comprensione. 
I primi mesi trascorsi negli Stati Uniti erano stati una specie di lungo e penoso addestramento per lui : l’indiano aveva affittato un appartamento a Philadelphia e lo divideva con  Tom, un trentottenne newyorkese scapolo ed abbondantemente soprappeso. Questi vivacchiava tra lavori occasionali, la stesura di qualche articolo per i quotidiani locali come giornalista sportivo e lunghe ore di ozio.
L’indiano aveva osservato che Tom talvolta rifiutava ore di straordinari pagati al lavoro , reclamando il proprio diritto ad un poco di tempo libero da dedicare al divertimento ed al riposo. 
Divertimento e riposo ?
Il giovane americano trascorreva le ore a sua disposizione trascinandosi dalla tastiera del computer portatile a quella del telecomando, gli occhi sempre puntati su di uno schermo acceso e blaterante e la bocca rigonfia di qualche cibo ipercalorico.
Tom non aveva una vita sociale vivace ( e del resto come avrebbe potuto averla , essendo giunto a Philadelphia solo da poche settimane ? ) ed ovviamente lo sapeva lui stesso molto bene : poteva quindi facilmente immaginare , che , rifiutando le ore di lavoro in più , avrebbe finito soltanto per immergersi sotto quella spessa coltre di apatia . 
Eppure continuava a comportarsi nello stesso modo , regolarmente, ogni volta che si presentava l’occasione.
Thrulshuck si rifiutava di pensare che quella noiosa routine lo rilassasse davvero ; al contrario Tom sembrava particolarmente irritabile al calar della sera e spesso affrontava la giornata di lavoro successiva con pochissime energie psicofisiche. Un paio di volte l’americano si era lasciato sfuggire delle lamentele stizzite su come quelle ore trascorse in completa apatia andassero del tutto sprecate.
Eppure, a dire il vero, ciò che Thrulshuck non riusciva a comprendere né a giustificare non erano televisione, cibo, divano ed apatia : quando non c’è nulla di interessante o di divertente da fare chiunque finisce per perdere ben presto la capacità di intraprendere iniziative e la posizione migliore per aspettare il ritorno alla vita è certamente anche la più comoda…quella orizzontale. 
L’indiano non riusciva a capire piuttosto come mai la gran maggioranza degli americani ( e non Tom soltanto ) fossero convinti che per trascorrere una giornata di svago e riposo bisognasse svuotarla da tutti gli impegni.
Era un concetto a suo avviso assurdo: essere laboriosi ed occupati è una via per la meditazione e trovare sé stessi nelle proprie opere è una soddisfazioni immensa. Certo si può avere un lavoro monotono e privo di soddisfazioni ed allora , se ci si vuole svagare davvero, bisogna trovare un’altra occupazione più stimolante e dedicarsi ad essa nel tempo libero.
Finchè non riusciamo a riempire le nostre ore con attività piacevoli che ci rendono sereni è inutile liberare intere giornate per scoprirle vuote all’interno . Tanto vale impiegarle lavorando , aveva riflettuto Thrulshuck tra sé. Per quello, perlomeno, siamo retribuiti ,  mentre nessuno ci ricompensa per le ore di noia trascorse in Internet o davanti al televisore.
Prima di partire dall’India, il commerciante sapeva di non poter pretendere di trovarsi in un luogo in cui gli uomini dedicassero sé stessi a coltivare la pace interiore come lui aveva imparato a fare , ma poteva almeno presumere che , in una società vivida e piena di occasioni di intrattenimento come quella americana, essi trascorressero molto del loro tempo divertendosi, magari anche in modo sfrenato.
Invece molti di loro languivano pigramente, come setacci dalle maglie troppo larghe, che, immersi nel flusso del tempo, risultavano capaci di trattenere ben poco.
Il divertimento non era che un obbligo e proprio per questo era ricercato in maniera eccessiva. Pareva ovvio agli occhi orientali del commerciante che se molto tempo della propria vita viene trascorso senza lavorare, ma senza nemmeno svolgere attività davvero appaganti, diventa obbligatorio trovare un’evasione dall’evasione e dare violenti scossoni a sé stessi per scuotersi dal torpore.
Se un uomo ha trascorso cinque giorni lavorando ed uno lo ha dedicato ad impegnarsi in una propria passione o alla ricerca della propria serenità , non ha , alla prima sera libera , il bisogno dell’ eccesso.
Se invece il lavoro ha occupato solo quattro giornate e altre due si sono sprecate nell’ozio , l’idea di trascorrere tra le mura di casa un’altra sera diviene insopportabile e il divertimento è un obbligo e un dovere morale , a pena di essere costretti ad etichettare la propria come un’esistenza monotona e priva di senso.
E’ difficile trovare la gioia quando essa è lo scopo e non la naturale conseguenza delle proprie azioni. 
Thrulshuck lo scrisse su di un foglio di carta, annuendo tra sé. Il suo maestro osservava sempre che il miglior arciere è quello che non cerca di centrare il bersaglio e all’indiano era sempre parso di aver compreso alla perfezione il senso profondo di quelle parole.
Una nostalgia pulsante gli strinse il respiro e lo martellò alle tempie: il suo maestro era un uomo saggio e meritevole di somma considerazione. Era l’immagine stessa della sua vita di monaco : una vita basata sulla ricerca dell’equilibrio.
Eppure la mano dispettosa del destino era intervenuta con arroganza ed aveva violentato la sua bilancia interiore. Thrulshuck aveva vacillato e perso la lucidità . Infine l’equilibrio era andato smarrito, forse per sempre, e la sua mente andava barcollando paurosamente, come priva di direzione.

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Terza Parte

Aprile 2, 2008 at 3:14 pm (Uncategorized)

 
Kim scarabocchiava distrattamente figure gonfie e tondeggianti. Non riuscì ad impedirsi di pensare che la perturbazione che si ammassava all’orizzonte sarebbe stata ottimo soggetto per un quadro : lo avrebbe dipinto in tinte fosche e rabbiose e avrebbe iniettato nel cielo tutta la violenza noncurante del mondo.
Le nubi in quel momento le sembrarono la metafora perfetta per rappresentare il rapporto della società con l’individuo : scatenano la loro forza sulla terra con vento,pioggia, lampi e tuoni , ma restandone distaccate, lontane dalla colpa grazie alla loro inconsapevolezza.
Quel pensiero ricordò a Kim quanto lei amasse le interazioni a due : i pensieri traspaiono nitidi da sguardi e parole ed una personalità finemente tratteggiata come la sua vale molto più di quelle nette e luccicanti dei vincenti , dotate di un’evidenza bidimensionale e priva di chiaroscuri.
Quando i gruppi si facevano numerosi, invece , sembrava  che tutte le figure cercassero di nascondere le proprie sfumature , nel tentativo di apparire chiare e definite, strutturate con raziocinio e senza ripensamenti e, soprattutto, immediatamente fruibili. In momenti simili Kim si sentiva sfocare ed era come diventare più leggeri ed evanescenti per essere risucchiati lontano.
Le amiche, anche le più care, le passavano sopra , forti noncuranti ed incolpevoli : proprio come nuvole cariche di tempesta.
La metafora perfetta. 

Era stata la fuga da uno di quegli istanti terribili a portarla da Terry. 
Kim era ancora al college, all’ultimo anno di corso , ed era in pausa pranzo con le amiche.
Quella mattina non ce la faceva davvero più : si era svegliata avvolta in un bozzolo stranito di isolata riflessività ed aveva trascorso il suo tempo intenta ad osservare le abilità sociali di coloro che la circondavano con lo stesso distaccato interesse dello zoologo immerso nel paradiso faunistico di un’isola vergine sperduta nell’oceano .
Alla lunga si era sentita talmente diversa e lontana da quelle persone da convincersi di essere lei stessa una rara specie in via d’estinzione e aveva pensato che , invece dello zoologo, qualche psicologo a corto di casi clinici si sarebbe potuto occupare di lei e studiarla.
Non aveva nemmeno voglia di esternare il suo senso di solitudine comportandosi in modo palesemente asociale : subito una delle compagne avrebbe notato il suo disagio e si sarebbe affrettata ad informarsi, premurosa. Kim non aveva alcuna intenzione di violentare il suo bisogno di silenzio con una simile interazione , impegnativa e non richiesta.
L’altra faccia della medaglia era il penoso sforzo di dissimulazione : rispondere ai sorrisi, commentare stancamente le battute e gli aneddoti, fingersi interessata alle lezioni….
Basta. Non poteva più restare lì in mezzo o sarebbe scoppiata in lacrime. Scelse la prima scusa ragionevole : dei libri , doveva comprare dei libri . Messo a posto il vassoio con gli avanzi, prese le sue cose ed uscì.
Si infilò nelle cuffie e si immerse nella musica. Erano le cinque e quaranta di un pomeriggio di fine inverno e il sole soffiava pigramente gli ultimi granelli dorati di luce. 
Ben presto iniziò ad affondare lentamente nell’ondeggiare ritmico della musica : le gambe muovevano i passi senza bisogno del suo controllo, uno dopo l’altro, guidate dalla gioia improvvisa che le nasceva in petto.
Si diresse nel parco, oltre i giardini dall’ordine esasperato e le fontane sbarazzine , su per una collina erbosa, verso un branco sparuto di pioppi. 
Allora lo vide. Fermo con il pennello in mano, di fronte alla tela che stava creando e intento a cogliere la luce morente divertirsi tra le fronde degli alberi maestosi.
Era Terry, semplicemente Terry all’epoca, ma ben presto sarebbe diventato tutto. Poi, anni dopo, se ne sarebbe andato , lasciando dentro di lei un vuoto freddo e tangibile.
Kim ancora non lo sapeva, ma lo avrebbe scoperto ben presto : i suoi passi, ineluttabili, la guidavano verso il destino.

Si riscosse dal ricordo con una violenza inaudita : il terapeuta le aveva ripetuto molte volte che una persona fragile come lei non poteva permettersi di indugiare troppo nel passato . Quel pensiero era diventato suo, tatuato nella mente ed automatico quanto lo era camminare, usare la forchetta ed allacciarsi le stringhe. 
Eppure voleva riuscire a cristallizzare qualcosa di quel ricordo, così nitido , così crudele, prima che si sciogliesse : raccolse la penna e scrisse di getto sul foglio, sotto la massa rabbiosa delle nuvole di tempesta:


Luce gialla si riversa da un catino di nubi sui tetti e sulle tegole sgangherate dei cortili. La voce è scioglievole e leggera e fluisce come due mani spalancate che, speranzose, cercano di accarezzare il manto sulla groppa dell’aria . Scorre attorno alla linea di accordi come un bimbo spensierato. La felicità non è di questo mondo, ma a volte è possibile evadere, su in alto nel cielo, e intravederla

Era la musica , quella che la aveva guidata fino a Terry . Kim la aveva strappata con la forza della disperazione dal passato che la racchiudeva , la aveva persino spogliata della sua dimensione sensoriale, del suo carattere uditivo ed aveva denudato le emozioni dietro al fluido avvicendarsi dell’armonia . 
Era riuscita a catturare la musica che aveva dato inizio al suo volo. Un volo che si era lentamente tramutato in una fuga disperata

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2.Seconda Parte (continua da sotto )

Marzo 20, 2008 at 7:19 pm (Uncategorized)

 

 

Già, il cielo. Matt aveva sempre sognato, fin da adolescente, di poter volare liberamente nell’azzurro lampeggiante di un cielo come quello canadese ; fendere i venti, nuotare tra sbuffi pannosi di nuvole.
Apparentemente era proprio ciò che stava facendo in quel momento e che già altre volte aveva fatto a bordo di un aeroplano. Eppure non era assolutamente la stessa cosa: la differenza che passa tra volare libero e solo come un eroe dei cartoni animati e farlo racchiuso nella pancia di un uccello metallico è la stessa che intercorre tra il racconto della propria esistenza filtrato attraverso i ricordi e magari restituito al tempo tramite la penna di un abile scrittore e la vita nel suo reale svolgersi, sporcata dalla violenza delle emozioni e dalla meschinità degli obiettivi quotidiani. 
In entrambi casi il secondo termine di paragone manca di un senso di avventura e di una magia tristemente condensati nell’irreale, nel fantastico e nell’inverosimile di cui le nostre vite iper-realistiche hanno tanto bisogno da indurci a credere in futuri e ad indugiare in passati che ne sono imbevuti.
“ Un giorno “ si disse Matt osservando le foreste canadesi perdere la loro bellezza trasformandosi in macchie verdi indistinte per la lontananza “ Dovrò scrivere un’autobiografia : mi pare un buon modo per rendere utili le ceneri che sto portando con me “. La convinzione che il nostro passato sia in qualche modo speciale ed interessante non è riservata ai nostalgici ed agli egocentrici, ma è invero diffusa e gronda abbondante dagli album di fotografie, dalle pagine cartacee dei diari e, più recentemente, da quelle virtuali dei blog che diffondono per la rete, simbolo di una tendenza semplicemente umana a cercare una forma per il presente lustrando con ostinazione il passato.
Effettivamente, però, qualcosa da raccontare Matt Goukas lo aveva: la sua vita era un incompiuto, un quadro che, non ultimato da un artista a corto d’energia o d’ispirazione, si lascia sciogliere dal trascorrere del tempo vergognandosi per il suo aspetto embrionale.

A Chicago l’inverno è inverno e la temperatura si abbassa ignorando con sfrontatezza l’effetto mitigante che il lago Michigan dovrebbe avere sul clima. 
Matt detestava il freddo e sua madre diceva sempre che egli avrebbe dovuto nascere in una città calda dell’Ovest: Los Angeles, Phoenix o magari Houston.
Per questo il giovane correva come un disperato lungo la via di casa , per questo, ma anche per altro.
Raggiunse il basso cancello d’ingresso della villetta e lo scavalcò con un balzo, poi, alla porta, suonò il campanello con astio: sua madre avrebbe aperto chissà quando…
Ingannò l’attesa saltellando sul posto e battendo le mani: il freddo continuava a fornirgli ottime occasioni per sfogare la tensione dissimulando in modo soddisfacente quanto egli fosse in realtà su di giri.
La porta si aprì, finalmente, lasciando comparire la sagoma familiare di Helen, sua madre.
“ Matt ! “
“ Cosa cazzo stavi facendo ? Sono qui fuori da due ore…”:
“ Per piacere ! Cerca di essere più educato ! Stavo soltanto…”:
“ Non ora, non mi interessa “ Matt fece da parte la madre senza troppo tatto e si precipitò lungo la scala che conduceva alle camere del piano superiore, divorando i gradini a tre a tre.
Il PC era lento. Maledetto Internet, maledetto Windows, maledetti i mouse, le tastiere e chi aveva inventato tutta quella robaccia capricciosa. 
Infine il sito si aprì e la lista faceva mostra di sé in mezzo alla home page. Si trattava delle band ammesse al concorso nazionale “ Rock It ! “ . Per due anni consecutivi Matt ed il suo gruppo musicale aveva partecipato, inviando speranzosi la loro demo, e per due anni consecutivi erano stati respinti.
Questa volta, invece il nome del gruppo “ Green Chocolate “ spuntava timido, ma fiero, in mezzo ad altri pochi, fortunati, prescelti . Sembrava di vedere tante giovani ragazzine selezionate per fare da ragazze pon-pon alla partita di football più importante della stagione o per il saggio di danza di fine anno : i nomi delle band benedette dall’inclusione luccicavano di gioia e sembravano sorridersi, covando dietro alla complice soddisfazione il prepotente desiderio di mettersi ulteriormente in luce, oscurando anche coloro che, in quel momento, stavano al loro fianco.
Era proprio ciò che sarebbe successo: le poche band presenti nella lista , le migliori della regione, si sarebbero date battaglia sul palco dei migliori locali di Chicago e soltanto due di esse sarebbero state selezionate per la finale.
Matt si sollevò dalla sedia con un sospiro: il grande ballo stava per incominciare e finalmente si sarebbe trovato di fronte ai suoi fantasmi ed ai suoi sogni più grandi ed avrebbe saputo cosa tra essi avrebbe preso concretezza e cosa invece si sarebbe dissolto senza lasciare che una traccia leggera.

Le nuvole del colore della cenere che si stavano ammassando all’orizzonte erano tutt’altro che tracce leggere ed attirarono l’attenzione di Matt, distogliendolo temporaneamente dal flusso dei ricordi.
Il sottile aeroplano azzurro stava puntando direttamente verso quell’oscura massa turbinante che si gonfiava sempre più grande e vicina : pareva volerla sfidare in un impeto di folle sfrontatezza.
Matt udì appena la voce di Paul Bellamy che raccomandava ai suoi tre passeggeri di allacciare le cinture poiché tra meno di dieci minuti si sarebbero trovati nel bel mezzo di un grosso temporale. L’avvertimento venne registrato sommariamente ed eseguito con meccanico distacco, quando la mente del giovane era già tornata a tuffarsi in sé stessa, ripiegata sul proprio passato.

Anche in quel lontano pomeriggio di fine inverno il cielo era oscuro e violento. La pioggia picchiettava i vetri della camera di Matt con insistenza.
Ben era seduto sul divano blu sotto la mensola ed osservava con sguardo incuriosito un foglio pieno di scarabocchi e cancellature. 
“ Così io dovrei cantare questa roba…” commentò sollevando un sopracciglio.
“ Se non vuoi, non fa niente…” sbottò Matt , sbrigativo.
“ Non irritarti…non è male, mi piace. Solo che non è semplice cantare ed interpretare un testo scritto da un altro “.
Matt non rispose e si limitò a fissare l’amico negli occhi: Ben non era uno che amasse parlare solo per udire il suono della propria voce e se stava facendo quello strano discorso era perché voleva andare a parare da qualche parte.
L’amico riprese ben presto : “ Capisco quello che hai scritto e lo condivido, ma….insomma… credevo di essere l’unico a pensare certe cose “.
“ Mh…ti dà fastidio ? “.
“ No. Non si tratta di fastidio. Piuttosto, mi preoccupa…”
“ Preoccupa ? “.
“ C’è così tanta rabbia e così tanta amarezza nel tuo testo, Matt, che…” si fermò, come colto da un pensiero improvviso.
“ Sono io quello che di solito pensa, scrive, canta queste cose e non tu “. Concluse infine, scuotendo il capo.
“ Evidentemente non mi conosci abbastanza, Ben. L’hard-disk del mio computer è pieno di pensieri e poesie simili a quella che ti ho appena proposto…”.
“ E allora mi chiedo perché “ sbottò all’improvviso l’amico di Matt, sollevandosi in piedi e dirigendosi verso la finestra oltraggiata dalla pioggia e dal vento “ Due, tre anni fa, quand’ero soltanto un adolescente, avevo la netta sensazione di essere l’unico al mondo a provare  tanto dolore ; a volte mi vedevo come l’unica nota stonata in una melodia perfetta. “
“ In quei momenti ti senti diverso e particolare , in un certo senso sei sempre in grado di distinguerti da tutti gli altri : il dolore ti appartiene , ti individua, ti allontana , ti culla, da un supporto persino alla tua autostima perché soltanto tu ti vedi capace di guardare nel profondo dell’esistenza e coglierne la disperata tristezza .”
“ Crescendo, poi, perfino questa lieve consolazione viene a mancare, quando ti accorgi che anche le vite di chi ti sta attorno sono imbevute nella sofferenza. Allora inizi a sentirti davvero debole perché passi dall’essere l’unico che prova dolore ad essere l’unico che non riesce a sopportarlo “.
“ Ti seguo…” annuì Matt “ Ma non capisco cosa c’entri tutto questo con il mio testo.”
“ Detesto constatare il dolore nella vita degli altri, Matt “ fece Ben con una nota di vergogna nella voce solitamente sicura “ Distrugge il senso complessivo che credevo caratteristico della melodia ed insulta persino il mio orgoglio per essere l’unico ad avere il coraggio di rovinarlo. Mi fa sentire del tutto inutile “.
“ Non sarai mai un bravo psicologo…” commentò Matt sorridendo.
“ Già…” annuì Ben gettandosi a peso morto sul divano “ Del resto non sono che un postino…” concluse grattandosi dietro un orecchio.
Pioggia sul vetro.
Il silenzio che seguì venne interrotto dalla voce di Matt: “ Ho capito il tuo discorso e in qualche modo lo condivido. Eppure penso che tu stia considerando le cose dalla parte sbagliata…”.
“ Spiega…” fece Ben, mettendosi a sedere interessato.
“ Io rispetto molto la sofferenza. Di fronte ad essa si nota la statura delle persone : tanti cercano di evitare il dolore e molti, in un certo senso , ci riescono . Si racchiudono in esistenze vissute alla giornata tra ad emozioni di plastica e  si concentrano nel costruire la facciata più lucida per contenere sé stessi, lasciando che il recipiente diventi talmente importante da esistere di per sé anche quando il contenuto è del tutto scomparso “.
“ Altri hanno la fortuna di sfiorarlo appena, il dolore, protetti come sono da un‘indole docile e serena. Altri ancora non hanno davvero la forza di opporvisi e si lasciano schiacciare, crepandosi lentamente per poi spezzarsi all’improvviso “.
“ Eppure, secondo me, la sofferenza non deve essere evitata, né temuta , né tantomeno ci si deve abbandonare ad essa, lasciandosi offuscare. La sofferenza va sfruttata , bisogna affrontarla ed uscirne con lezioni importanti “.
“ Non importa che cosa si impari dal dolore. Ciò che conta è che ogni persona può trovarci quello di cui ha bisogno. “
Matt sollevò lo sguardo in quello dell’amico, che lo seguiva , catturato dal luccichio della convinzione nelle sue parole.
Confortato, continuò: “ C’è qualcosa che accomuna tutte le risposte che la sofferenza riesce a dare a chi è così forte da vincerla : si apprende che l’unico modo di vivere con dignità senza cedere al dolore è trovare qualcosa per cui valga la pena combattere fino alla morte. “
“ Avere sogni. Coltivare una passione tanto violenta verso qualcosa o qualcuno da riuscire a dare la spinta necessaria per uscire da qualsiasi situazione. Bisogna essere capaci di illudersi e di rischiare tutto per le proprie illusioni . “
“ In quest’ottica la sofferenza non da come unica consolazione la triste consapevolezza di essere gli unici al mondo a provarla. La contropartita del dolore è ben altro…e si tratta di una contropartita, forse non desiderata , ma talvolta molto importante…”.
 Ben osservava Matt con aria divertita e sembrava aver gradito il suo accalorato discorso.
“ Per la miseria…“ commentò cambiando posizione sul divano blu .
“ Tutto qui ? “.
“ Non saprei…” fece l’altro stringendosi nelle spalle “ Hai detto tante cose e molte mi sono sembrate intelligenti, ma non mi hai convinto del tutto”
Diede una rapida occhiata al foglio scritto da Matt e poi riprese, guardandolo dritto negli occhi : “ Il dolore può essere d’insegnamento soltanto per chi riesce a sopportarlo . Tu stesso hai citato la categoria di coloro che si lasciano sopraffare : io credo di essere uno di questi . “
“ Per costoro la sofferenza è una maledizione e crescere significa anche rendersi conto di non essere neppure i prescelti di un fato malvagio, ma semplicemente i deboli che non trovano modo per averci a che fare senza lasciarsi vincere “.
“ Chiunque si lascia vincere dalla sofferenza , accade in continuazione alle persone più sfortunate ed a quelle più sensibili. Eppure ognuna di queste cadute serve a rendere evidente la necessità di trovare qualcosa di vero e profondo e ricercarlo con tutte le proprie forze…” rispose Matt scuotendo il capo.
“ Non sono mai stato d’accordo con l’idea che ciò che non ci può uccidere ci può soltanto rendere più forti…” controbattè l’amico lanciando uno sguardo significativo “ Il dolore rafforza soltanto chi è già forte abbastanza per superarlo. Gli altri, i deboli, ne escono ancor più indeboliti “.
“ E io continuo a non essere d’accordo con te ! “ ribadì Matt sorridendo amaramente “ Tu parli di deboli e di forti. Non esiste una simile distinzione . Si tratta di distinguere coloro che non hanno ragioni per opporsi al dolore e vi si abbandonano e coloro che riescono a trovare un motivo per combattere “.

Matt si riscosse. Lui il suo motivo lo aveva smarrito, e stava annegando

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Indovinello di Schumann

Febbraio 24, 2008 at 5:17 pm (Uncategorized)

Occhi socchiusi

Arido contempla

Questa domanda

Non avrà mai risposta

Sette e dodici

Per creare pensiero

Non basta una vita intera

 

Arido suona bene

Perché non piove più ?

Un giorno smetterà davvero

Dove arriva la colpa ?

Si sta consumando

Come può cenere disperare ?

Vuole fiorire

Arido contempla ancora

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Eppure Ancora

Febbraio 24, 2008 at 5:06 pm (Uncategorized)

Tremore di donna sotto le sopracciglia folte

Ed i baffi

Non possono seppellire , né compensare

Nella bottiglia solo il riflesso umido di occhi di vetro

Non è ancora del tutto chiaro

Ma lo sarà

Rivedersi sulle pareti del cilindro

Ridicolo lo sguardo, grottesca peluria orgogliosa

Maledetto il sorriso biondo che danza alla mia destra

Il mio astio è superfluo

Schegge di rimpianto, larve di rancore

Sulla pelle. Carezze. “ Inutile ? “.

Il putto alla mia sinistra

Profuma già di indifferenza e sputa sul mio candore

Il jolly sorride benevolo, il guscio frantuma

Poco più in là

Non ti chiederò , sorriso biondo, dove sbaglio

Né voglio sapere dei tuoi errori

Domando soltanto perché non facciamo beffe di tutto questo

Preda di rida selvagge

Delirio buffo. Sinfonia. Tutto ciò è assurdo

Tanto sublime, tanto meschino

Giochiamo coi ruoli : io grido, tu fuggi.

Mi ammiro e mi disgusto. E tu ?

Mi piaci ed adoro ignorarti

Pur sapendo dell’ipocrisia della mia saggezza

In realtà non sei notevole

Luccica più di te, fosco di droga

Il povero genio disperato

Perché vorrebbe dimenticarsi di sè

Ma anche questa è fiaba e bugia

Tante sono le cose che i bimbi si raccontano

Tra noia e curiosità

Morbosi. Tanto da convincersi

Mentre il bozzolo che li avvolge cresce impassibile

Carne spudorata.

Porgendo ai loro occhi altre immagini da sfocare

Con odio e nostalgia. Altre ne seguiranno.

Il sè fatica a seguire e non respira.

So tutto questo.

Mi sconvolge. Mi nausea. Mi dovrebbe divertire ?

Nel mentre, lo apprezzo, dopotutto.

Poiché è dolce

Conservare lucciole di preziosa serenità

Perle di umidi ricordi

Intravedere tra accordi e pagine

Vuoti respiri da consumare e riempire ancora.

Ed eppure..

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1. Prima Parte

Febbraio 24, 2008 at 5:00 pm (Uncategorized)

Era mattina e il freddo scorticava il giubbotto di pelle e si intrufolava maligno nelle scarpe, sotto i jeans e nella testa di Matt.

La strada , fangosa ed oltraggiata dal ghiaccio, sbatteva contro una sbarra bianca e rossa dall’aspetto ingannevolmente sottile ed il vento gelido che si divertiva a sbiadire di pennellate limpide ed acquose i colori dei tre sgangherati hangar dell’aeroporto riusciva ad appannare la cabina del custode al punto da rendere ridicolo l’esercizio della sua funzione.

Matt, sospirando una nuvoletta di fiato tiepido, dovette bussare con le nocche sul vetro per farsi aprire. Mostrò il biglietto e venne indirizzato verso un fabbricato di cemento, che il custode definiva: “ sala d’attesa “ : da quando gli aeroporti hanno le sale d’attesa, come le poste, gli ospedali e gli studi dei dottori ? Eppure gates e check-in avrebbero certamente stonato in una cittadina sperduta tra le solitudini canadesi.

Il giovane raggiunse a passo svelto la costruzione e, innervosito dal freddo, spinse con energia la porta ed entrò, mettendosi subito a sedere sulla plastica azzurra dei seggiolini, lo sguardo basso e puntato al pavimento : tutto ciò era perfettamente nel suo stile e l’occhiata furtiva che aveva rivolto ai presenti, i suoi futuri compagni di volo, costituiva un contatto umano sufficiente.

Si trattava di due sole persone: un uomo ed una donna. I seggiolini erano disposti su sei file rivolte l’una verso l’altra a due a due e l’uomo sedeva in mezzo a quella immediatamente davanti a Matt : era un indiano, dalla pelle castana e rugosa e dai capelli corvini. Imbacuccato in un abito di lana, stava con le gambe unite, una borsa nera sulle ginocchia e le mani dalle dita sottili poggiate entrambe sopra di essa . Pareva irrigidito in uno sforzo cosciente di concentrazione, che gli segnava il viso, conferendogli un’espressione improbabile e meditabonda.

La donna si era scelta l’angolo opposto della stanza e Matt ne intravedeva solo la testa, china e ricoperta da corti capelli neri . Ella aveva un atteggiamento dispiaciuto, di scusa.

Il giovane Matt detestava le attese e , soprattutto , odiava attendere in presenza di estranei : in quei momenti qualcosa lo spingeva fastidiosamente ad alleviare l’attesa socializzando ed anzi aveva la netta impressione che fosse quasi un suo dovere quello di azzardare un tentativo di conoscenza, in simili frangenti.

Disgraziatamente nulla gli riusciva così fastidioso quanto socializzare con estranei e così se ne stette lì sul suo scomodo seggiolino, tormentandosi i capelli, castani , spettinati e lunghi fino alle spalle. Non aveva ancora bevuto, quel giorno, ma poteva sentire la bottiglia di rhum pulsare dentro lo zaino: più di ogni altra cosa, avrebbe voluto una chitarra, in quel momento.

La porta si spalancò all’improvviso e Matt si affrettò a riporre la bottiglia nello zaino : era entrato un uomo , sulla quarantina, vestiva un giubbotto rigonfio di piume sintetiche, dal collo di pelo, ed un paio di jeans scoloriti infilati in stivali neri. Aveva un viso forte, dalla mascella prominente e capelli corti , brizzolati.

Parlò con voce gracchiante: “ Salve a tutti, gente. Il mio nome è Paul Bellamy e sono il pilota che vi porterà tutti in Alaska ! “.

Matt osservò l’indiano alzarsi e protendere al pilota la mano ed un sorriso candido. Piacere, il mio nome è Thrulshick, sono un commerciante. Anche la donna si sollevò, raggiunse i due , trascinandosi dietro una valigia a rotelle.

Il giovane potè osservarla meglio: vestiva jeans e una giacca a vento dai colori fastidiosi e tutto in lei, dal vestiario , all’acconciatura, all’atteggiamento, sembrava volersi mortificare . Eppure , oltre questo schermo di fuliggine, Matt Goukas riuscì a scorgere due occhi grandi e infantili, dalle lunghe ciglia, tinti di un blu vivido e profondo, ben più notevole di qualsiasi frivolo azzurro egli avesse mai incontrato nella sua vita.

La dona offrì una mano minuscola e si presentò con un fil di voce: “ Mi chiamo Kim Stuart. Piacere di conoscerla…”.

A quel punto anche Matt si sentì in dovere di alzarsi e pronunciare il suo nome ; lo fece ed a quello si limitò . Fu una presentazione del tutto inadeguata: non riservata, né aperta, né amichevole, né composta , un aborto che poteva tradire ostilità, timore o nient’altro. Se ne vergognò immediatamente e decise che per il resto del viaggio non avrebbe più aperto bocca.

Il quartetto si incamminò, Paul Bellamy alla guida, verso uno degli hangar. L’indiano camminava accanto al pilota e lanciava a vuoto spunti di conversazione, del tutto incurante dell’ostentata indisponenza delle risposte dell’interlocutore. Kim e Matt erano più indietro, affiancati , senza alcuna intenzione di fare conoscenza reciproca. Il giovane lanciava di tanto in tanto un’occhiata alla donna, ma presto quel suo inusuale interesse si spense: la donna non ricambiava i suoi sguardi ed al di là degli occhi magnetici, in lei non vi era proprio nulla di notevole.

Raggiunsero un bimotore azzurro fiero di apparire tutto sommato meno peggio di quanto ci si potesse aspettare. Paul lo condusse lungo la pista e, un poco a fatica a dire il vero, su in cielo.

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